Vita da malgaro, così i giovani si riprendono il mestiere dei nonni

L'alpeggio rappresenta da secoli l'essenza delle professioni di montagna. Il lavoro con gli animali al pascolo e la gestione di una malga sono attività complesse, a lungo tramandate di generazione in generazione. Ancora oggi, ci sono ragazze e ragazzi che scelgono di cogliere il testimone e dedicarsi alla vita di malga. Accade per i 'figli d'arte', giovani nati e cresciuti tra le montagne, per i quali le scelte professionali seguono un percorso in parte già segnato. Altri arrivano all'alpeggio per presa di posizione, spinti dalla passione per la natura e gli animali. Nell'uno e nell'altro caso, per diventare malgaro di professione servono senso del sacrificio e una spiccata professionalità, maturata con la pratica e, mai come oggi, attraverso un percorso di studi dedicato. Tra le molte storie di vita di montagna è rilevante il caso di Elena, Falvio e Gianmaria Turra. Due fratelli e una sorella, trentenni o poco più, eredi del mestiere di famiglia diviso tra l'allevamento in stalla, a Tonadico e il pascolo in montagna, ai piedi delle Pale di San Martino, nelle cuore delle Dolomiti. Li incontriamo a Malga Venegiota, antico alpeggio situato nel profondo della Val Venegia, anticamente nota come Val Venìa. A monte dell'edificio, sotto le pareti del Monte Mulaz, pascolano le manze; nei pressi della malga invece si concentra il bestiame da mungere al mattino e la sera. Condurre un alpeggio oggi giorno prevede professionalità aggiuntive, a partire dall'ospitalità, malgrado i limiti imposti dal Covid-19. Centrale in Val Venìa è il baio, il pastore addetto alla conduzione delle manze. Il suo nome è Davide, 20 anni appena, ma da diverse stagioni trascorre l'estate con la mandria, sempre in vista del Cimon della Pala. La sua e le altre testimonianze delineano un possibile futuro per l'alpeggio, basato su nuove regole ma ancorato ai medesimi principi: passione e senso del sacrificio. Oggi più che mai in mano ai giovani.
 
Di Emanuele Confortin

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